Storia linguistica di Napoli (1): dal Medioevo agli Angioini

Il napoletano, come sappiamo, discende dal latino, che, modificandosi secondo esigenze locali, ha prodotto ciò che oggi sono i dialetti e le lingue romanze (o neolatine). A Napoli, durante tutto l’alto Medioevo, coesistevano greco e latino, a cui, già dalla fine del VI secolo d.C., si aggiunse la parlata locale, che lentamente si staccava dal latino. Inoltre, anche la vicinanza dei longobardi avrebbe lasciato delle tracce in alcune zone della Campania. A Napoli, si trovava un’importante scuola di traduttori dal greco al latino, per cui si sono trovati diversi documenti redatti in greco, che però, pieno di “errori” com’era, sembrava più una versione scritta del greco parlato che del greco antico classico.

Tipici grecismi medievali riscontrati nel lessico napoletano erano, ad esempio, cannela a uoglio (lampada a olio) dalla voce greco kandili, potheca (bottega), platamone (luogo pianeggiante, da cui deriva il toponimo Chiatamone), càccavo (pentola), strummolo (trottola), tropéa (temporale improvviso). Similmente, anche alcuni termini longobardi entrarono a far parte del lessico napoletano, tra cui gàfio (pianerottolo esterno) che ancora oggi si utilizza in Irpinia e zizza (mammella), ancora in uso nel napoletano odierno. L’importanza dell’area longobarda nell’uso del volgare è inoltre confermata dal fatto che questo viene utilizzato in un documento ufficiale, per la prima volta, nell’Abbazia di Montecassino, nel 960 (i famosi Placiti Cassinesi).

I normanni arrivarono a Napoli nella prima metà del XII secolo e trasformarono la città in una capitale: Tancredi abolì il dazio, richiamando una gran folla di mercanti stranieri; Federico II, con l’istituzione dell’università, permise l’esplosione della cultura in tutto il regno. Il francese divenne lingua di prestigio ed affiancò il latino, lingua della cultura e dell’ufficialità.

La città cambiò ancora con l’arrivo degli Angioini a metà del XIII secolo: la scelta di Carlo I di far costruire Castel Nuovo (che poi verrà identificato come Maschio Angioino), l’aumento demografico, l’ampliamento dell’area urbana, l’arrivo di mercanti da ogni dove danno nuova vitalità alla capitale. In questo periodo, grazie anche alla nuova situazione politica e culturale, il volgare comincia timidamente ad entrare nella letteratura come alternativa al latino.

Boccaccio si trasferì a Napoli da giovane; da qui scrisse una lettera in napoletano al suo amico Franceschino de’ Bardi (Epistola napoletana) nel 1339, un’incredibile testimonianza del volgare del Trecento. Alcune caratteristiche sono tuttora presenti nel nostro dialetto: i dittonghi –uo e –ie (come in juorno e tiempo), il dimostrativo chillo oppure termini come masculo (maschio), pate (padre)¸mammana (levatrice), figliare (partorire) o ancora l’uso di una forma pronominale che anticipa il soggetto della frase. D’altronde vi si trovano anche forme ormai estinte: lo davanti a consonante, il passato remoto in appe (ebbe, che ora è sostituito da avette), la forma intera dell’infinito (mentre oggi la sillaba finale è assente). In questa lettera ci sono anche un gran numero di francesismi, come Die da Dieu, ‘ncuccia (parto) da couche, le parole che terminano in –anza.

È di epoca angioina anche il termine guaglione, che in principio significava “lavoratore dei campi”, “aiutante” (in questa seconda accezione è tuttora presente nella locuzione guaglione ‘e puteca, cioè “garzone di bottega”). Probabilmente il termine risale al francese dialettale vaingnu, che significa proprio “aiutante nel lavoro dei campi”. Anche il termine pastiera risale al periodo angioino; documentata alla corte papale in Avignone, è certamente un francesismo per il suffisso in –iera, in quanto in napoletano le parole femminili non mostrano dittonghi. Per quanto riguarda, invece, l’uso del volgare in letteratura, le prime testimonianze sono traduzioni di opere di divulgazione scientifica: De Balneis Puteolanis di Pietro da Eboli e il Regimen Sanitatis della Scuola Medica Salernitana. Questi due poemetti mostrano tratti linguistici locali di un lessico legato alla vita quotidiana.

La crisi politica che investì gli Angioini e il Regno di Napoli tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento fu un duro colpo anche per la produzione di corte; la situazione politica stava ormai per cambiare.

Gioia Nasti
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