
Non è una novità che Napoli fu fondata da greci provenienti dall’Eubea, che si stabilirono nel golfo e nelle isole. Nel 438 a.C., da Cuma, prima colonia, si spostarono verso la collina di Pizzofalcone, fondando la città di Neapolis, la cui importanza commerciale e strategica permise al nuovo nucleo di prosperare. Oltre alle vestigia fisiche di antiche mura greche, come quelle di Piazza Bellini, i greci lasciarono nel linguaggio pure dei termini fondamentali, legati a più ambiti, anche perché, con la conquista romana, gli abitanti greci continuarono a mantenere i loro usi, costumi e linguaggio. Molti termini perfino italiani, infatti, hanno degli antenati greci, passati all’età moderna tramite il latino.
Ci sono infatti, nel dialetto napoletano, diversi termini di origine greca diretta, che sono usati giornalmente ma di cui si ignora l’origine, ed è un peccato perché il dialetto, spesso bistrattato come qualcosa di cui aver vergogna, è in realtà qualcosa di cui andare fieri, che identifica l’appartenenza e l’origine di un popolo.
Ci sono termini che sono entrati nella lingua napoletana così com’erano, con lo stesso significato di quella greca. Ad esempio, ‘o purtuallo, cioè l’arancia, viene direttamente da portokalos con lo stesso significato. La crisommola, invece, è una parola composta, formata da cruson, cioè d’oro, e melom, che significava “frutto”. Quindi il nome faceva riferimento all’aspetto fisico dell’albicocca, che appariva come una vera e propria pepita d’oro. Anche la famosa foglia di vasinicola che tanto profuma i piatti deliziosi della cucina napoletana è un retaggio greco: essa viene dal greco vazilikon, cioè “degna di un re”, in quanto il termine deriva, a sua volta, da vasilias, che significa appunto “re”. Ma anche prutusino deriva dal greco petrosèlinon con lo stesso significato. Perfino la tovaglia per mangiare, ‘o mesale, fa riferimento al misalion greco.
In altri ambiti troviamo invece ‘a puteca, derivante da apotheke o accattare da ktaomai e finanche la caccavella, che deriva da caccabos cioè “contenitore”. E ancora crastula, che indica un pezzo o, meglio ancora, un coccio, viene dal verbo klàzo, che significa “spezzare, rompere”, oppure pazziare e pazzielle hanno origine nel verbo paizen, a sua volta dalla radice greca pais, che indica il fanciullo, dando quindi ai due termini un’accezione legata a cose da bambini.
Altri prestiti greci si ritrovano in pacchero, formata da pas (tutto) e cheir (mano) e che indica uno schiaffo elargito a mano completamente aperta, ‘nzallanuto, proveniente da seleniào, cioè sotto l’effetto della luna, indicando una persona con la testa tra le nuvole, lunatica appunto, zelluso, da psilos, cioè proprio “pelato”, ‘ntufare da tufonai, cioè gonfiare. Una menzione speciale è per il verbo ‘ntalliarsi, che in napoletano indica la perdita di tempo piacevole, il soffermarsi su qualcosa o con qualcuno che dà piacere. Il verbo deriva dal greco enthàllein, che significa “germogliare”; in pratica, si perde tanto tempo che spuntano i germogli.
Altri tre termini molto curiosi sono certamente uòsemo, che indica un profumo, un odore e, in senso figurato, un presentimento e viene direttamente dal greco osmè, con gli stessi significati, càntaro, che in napoletano indicava il vaso da notte e ha origine nel greco kàntharos, che indica una grande coppa a due manici dove veniva servito il vino, e infine pucchiacca, termine volgare per indicare l’organo sessuale femminile e derivante dall’unione dei vocaboli greci pur, cioè fuoco, e koilos, cioè antro. Una poesia e una sensibilità anche nel definire una metafora.
Gioia Nasti
© Tutti i diritti riservati
