L’arrivo degli Svevi

Con la morte di Guglielmo il Malo, il trono passa a suo figlio secondogenito (il primogenito era stato ucciso durante la rivolta dei Baroni), anche lui di nome Guglielmo, che sposò Giovanna Plantagenete, figlia di Enrico II d’Inghilterra e sorella di Riccardo Cuor di Leone. Il regno di Guglielmo II, durato 23 anni, ha essenzialmente un solo avvenimento importante: il matrimonio tra sua zia Costanza d’Altavilla ed il figlio di Federico Barbarossa, Enrico di Svevia, per evitare il conflitto con l’imperatore, assicurando così all’erede del Sacro Romano Impero il trono del regno di Sicilia. Purtroppo, la successione non fu così semplice, poiché a reclamare il trono erano in tre: Riccardo Cuor di Leone, in quanto fratello della regina, Tancredi di Lecce, in quanto cugino di Guglielmo II ed Enrico di Svevia per diritti matrimoniali.
Papa Clemente III appoggiò Tancredi perché temeva che la riunione dei vari possedimenti italiani dell’imperatore svevo avrebbe annientato lo Stato della Chiesa. Riccardo Cuor di Leone fu liquidato con una somma in oro e Tancredi, quindi, fu eletto re. Per assicurarsi la lealtà dei baroni, Tancredi concesse loro numerosi privilegi. La sua tattica fu premiata quando, nel 1191, Enrico VI, nuovo imperatore del Sacro Romano Impero, assediò Napoli insieme a pisani e genovesi, ma dopo tre mesi fu costretto alla ritirata, anche a causa della peste che gli aveva decimato le truppe.
Tre anni dopo Tancredi moriva, lasciando sul trono un bambino di 8 anni, Guglielmo III. Subito ne approfittò Enrico VI, che, questa volta, riuscì ad espugnare la città. Per vendicarsi della resistenza opposta nel precedente assedio, Enrico fece abbattere la cinta muraria della città, fece riesumare il cadavere di Tancredi per togliergli la corona, fece imprigionare ed accecare il figlioletto di Tancredi e lo spedì in Germania con le due sorelle e, infine, fece strage di tutti coloro che avevano sostenuto Tancredi durante l’assedio di quattro anni prima. Il 25 dicembre 1194 si fece incoronare a Palermo. Il giorno dopo, sua moglie, Costanza, a Iesi, durante il viaggio per raggiungere Enrico, partorì un figlio maschio, a cui fu dato il nome di Federico.

Il regno di Enrico VI fu molto breve; nel 1197, a Messina, fu colto da dissenteria e morì. Il regno trascorse dieci anni di tumultuosa anarchia, poiché il piccolo Federico, alla morte del padre, aveva soltanto 3 anni. Sua madre Costanza, per difenderlo dalle insidie, lo affidò a Papa Innocenzo III l’anno dopo e in quello stesso anno morì. Intanto, pretendente al trono di Sicilia era diventato Ottone IV, nuovo imperatore della Germania, che Napoli dovette riconoscere nel 1210, e che invece il Papa scomunicò in quanto usurpatore. Egli aizzò anche i nobili in Germania perché Ottone corresse ai ripari e lasciasse perdere il regno di Sicilia. Federico intanto aveva sposato per procura Costanza d’Aragona, che gli aveva portato una ingente dote ed un esercito molto fornito ed aveva ricevuto dalla Dieta di Norimberga l’offerta della corona, dopo essere stato deposto Ottone. Federico accettò, promettendo però ad Innocenzo III di non riunire mai Impero e Regno di Sicilia nelle sue mani. Federico, quindi, nel 1220, riunita di nuovo la Dieta di Norimberga, proclamò re di Sicilia suo figlio Enrico, peraltro già erede del Sacro Romano Impero.
Dopo l’incoronazione ad imperatore, Federico II finalmente poté dedicarsi a mettere ordine nel Regno di Sicilia e lo fece promulgando un’unica legge che aboliva tutti i privilegi, le acquisizioni e le conquiste degli ultimi 30 anni, che furono dichiarati nulli. Spostò i saraceni ancora esistenti sul territorio del regno in un’unica area, a Lucera, in Puglia, dove essi potessero vivere in pace seguendo la loro religione, trasformandoli così da acerrimi nemici in fedelissimi. Egli istituì a Napoli lo Studio Generale, da contrapporre all’Università di Bologna, come istituto “ghibellino”, cioè non asservito alla Chiesa, la cui sede pare fosse stata il palazzo di Pier delle Vigne dietro l’attuale Piazza Nicola Amore. Inoltre, trasformò i Baroni da feudatari in nobiltà di corte, riconoscendo il loro valore soltanto sui servizi offerti in qualità di guerrieri o di funzionari. Un’altra innovazione che Federico II apportò fu la creazione delle famose Costituzioni di Melfi. All’interno di queste costituzioni va ricordata la creazione di un organo importante, un organo che perseguisse i colpevoli dei reati a prescindere dalla denuncia della parte lesa; nasceva così la Pubblica Accusa, che ancora oggi esiste nell’ordinamento e viene rappresentata dal Pubblico Ministero. Le Costituzioni di Melfi negavano il potere del Papato sull’Impero e quindi non erano gradite al Papa; infatti, sia Gregorio IX che Innocenzo IV lo scomunicarono, il che provocò una dura reazione da parte di Federico, ma il declino si avvicinava. Nel 1250, a riprendersi dalla fatica della battaglia a Castelfiorentino di Puglia, morì a soli 56 anni.

Gioia Nasti
© Tutti i diritti riservati

Precedente La chiesa del Gesù Nuovo Successivo Il dialetto napoletano: dalle origini agli Angioini