La città del sangue (2): S. Giovanni Battista, S. Pantaleone e S. Patrizia

Ma le reliquie di S. Gennaro non sono le uniche reliquie di sangue presenti a Napoli; ve ne sono molte altre, ancora “in attività” o meno, relative a diversi santi, sparse per la città.

1. San Giovanni Battista

La leggenda narra che una pia donna della Gallia romana volesse conoscere Gesù; decise allora di recarsi a Gerusalemme. Quando arrivò, seppe che Giovani il Battista era stato appena decapitato, così corse al carcere e ne raccolse il sangue prima di tornare in Gallia.

Quando Carlo d’Angiò scese in Italia, su richiesta di Papa Clemente VII per combattere contro Manfredi, figlio di Federico II, portò con sé il sangue di Giovanni il Battista e lo donò al Monastero di Sant’Arcangelo a Bajano. La chiesa aveva origini molto antiche, risalenti ai VI secolo. Inizialmente il sangue non si scioglieva; la prima liquefazione di cui si ha notizia risale al XVI secolo. Del proprietario della reliquia, infatti, si era persa memoria dopo la peste del 1527; la nuova badessa che fece ripopolare il monastero dopo le precedenti erano fuggite o morte per l’epidemia, su consiglio del suo confessore, fece esporre il sangue sull’altare in occasione di festività di qualche martire. Fu così che, il 29 agosto 1554, festa del Battista, il sangue si sciolse per la prima volta. Nel 1577 il monastero fu chiuso e le monache divise in altri monasteri per condotta sessuale promiscua. Le reliquie seguirono le monache, metà con quelle mandate a Donnaromita e metà con quelle mandate a S. Gregorio Armeno e la teca che lo conserva è ancora in quella chiesa.

Un’altra reliquia interessa la chiesa di S. Giovanni a Carbonara e la regina Giovanna d’Angiò, famosa per i suoi rapporti con i “favoriti” di corte. Quando salì al trono aveva 41 anni ed era vedova ed aveva un rapporto duraturo con Sergianni Caracciolo. Sposò in seconde nozze Giacomo II di Borbone ma non si staccò mai da Sergianni. A lui, non potendo offrire la corona, regalò un’ampolla con il sangue del Battista, che Sergianni decise di donare alla chiesa di S. Giovanni a Carbonara. Dopo la soppressione dell’ordine agostiniano, l’ampolla fu custodita da un frate e, dopo la sua morte, se ne persero le tracce. Più probabilmente, la reliquia passò alle monache benedettine di S. Marcellino, poi accorpate al monastero di S. Gregorio Armeno.

Ma c’è una terza reliquia di sangue del Battista e si trovava nel monastero di Donnaromita, fondato nell’VIII secolo da monache bizantine in fuga dall’impero orientale. Sull’arrivo della reliquia nel monastero ci sono diverse versioni: una versione dice che fu portata dalle suore stesse che venivano da Costantinopoli, un’altra che l’avesse portata Beatrice, una ragazza della casa d’Angiò che aveva preso il velo; l’ipotesi più accreditata però sembra essere quella che afferma che provenga dal monastero di Sant’Arcangelo a Bajano e che si tratti di una parte di quello originario donato da Carlo d’Angiò. Il sangue di Donnaromita continuò a liquefarsi fino al Seicento durante la lettura del Vangelo nella festa del Santo finché un anno la banda musicale suonò musica profana e il sangue smise di sciogliersi. Nel 1828 il monastero fu chiuso e il sangue trasferito anch’esso a S. Gregorio Armeno.

2. San Pantaleone

Pantaleone nacque a Nicomedia nel III secolo; sua madre Eubula era cristiana e Pantaleone crebbe seguendo questa fede. Divenne medico personale dell’imperatore romano Galerio, ma alcuni suoi colleghi invidiosi lo denunciarono in quanto cristiano. Pantaleone, invece di abiurare come gli aveva chiesto l’imperatore, confermò pubblicamente di essere cristiano e fu condannato a morte. Però fu praticamente impossibile ucciderlo: gettato nelle fiamme, queste si spensero; spinto in acqua con una pietra al collo, questa galleggiò; condannato alle belve, queste divennero mansuete e così via, miracolo dopo miracolo, finché, convertiti tutti i suoi aguzzini, lo stesso Pantaleone diede il suo permesso per essere ucciso.

A Napoli arrivarono le reliquie (il sangue e un braccio) attraverso delle monache che venivano dall’impero bizantino e che, dopo varie, peripezie, furono accorpate al monastero di S. Gregorio Armeno. Qui la reliquia si è sciolta fino al 1950.

Un’altra reliquia di sangue si trova a Ravello, sulla costiera amalfitana, dove ancora si ripete il miracolo della liquefazione. La leggenda narra che l’imbarcazione che trasportava la reliquia fu colta da una tempesta e si rifugiò nella rada di Ravello aspettando il sereno per ripartire. Ma la tempesta non accennava a placarsi e così i marinari interpretarono questo segno come un desiderio della reliquia stessa di restare a Ravello. Oggi la reliquia del sangue di S. Pantaleone si trova in un reliquiario protetto da due grate per evitare manomissioni. Il vetro dell’ampolla è crepato a causa di un prete che, nel XVIII secolo, avvicinò troppo la candela per scrutarne il contenuto. Il sangue si presenta in quattro strati: il primo a cominciare dal basso è scuro e denso e sembra contenere dei detriti; il secondo presenta una maggiore fluidità; il terzo è quello che si presenta sotto forma di sangue vero e proprio, color rosso rubino quando si scioglie; infine, il quarto, lo strato più in alto, è formato da una sostanza biancastra, definita “il latte di S. Pantaleone”.

Santa Patrizia

Patrizia aveva nobili origini, era nata a Costantinopoli nel 664 ed era parente dell’imperatore bizantino Costante II. Per evitare un matrimonio indesiderato e farsi monaca, aveva deciso di fuggire a Roma con la nutrice Aglaia, dove ricevette la benedizione papale. Ritornata a Costantinopoli, distribuì i suoi beni ai poveri e ripartì per la Terrasanta, ma una tempesta la fece invece arrivare nel golfo di Napoli, con precisione sull’isolotto di Megaride (dove si era spiaggiata anche la sirena Partenope). Fu sepolta nel monastero dei padri Basiliani a Caponapoli, dove fu vegliata dalle compagne che l’avevano seguita e che presero il nome di Suore di S. Patrizia.

 

Un centinaio di anni dopo, un evento miracoloso sancì l’inizio del miracolo del sangue: un cavaliere volle andare a pregare sulla tomba della santa e, prima di andare via, volle portare con sé un ricordo; scoperchiò quindi il sepolcro e, dal teschio, strappò un dente per portarlo via con sé. Ma il dente di S. Patrizia era coperto di sangue e ne sgorgava anche dalle gengive. La badessa allora prese delle ampolle per riempirle del sangue miracoloso, che furono poi poste in un reliquiario d’argento.

Il sangue di S. Patrizia fu poi spostato, durante il XIX secolo, nella chiesa di S. Gregorio Armeno per paura che i moti rivoluzionari potessero farlo perdere. Il sangue continua a liquefarsi anche oggi, ogni 25 agosto, giorno della celebrazione della santa.

Gioia Nasti
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