Il Carnevale (3): l’aristocrazia e la Chiesa

L’aristocrazia e il Carnevale
Già dalla meta del Settecento il Carnevale era un avvenimento a Napoli che faceva arrivare nobili da tutta Europa. Inoltre, ad ogni Carnevale viceré e re davano a corte dei balli in maschera, ma con Tanucci, durante il periodo di Carlo III, conobbe un brusco arresto a causa dell’avversità che il primo nutriva nei confronti di questa festa. Nel 1774, però, il Carnevale ricominciò più frenetico e licenzioso di prima.
Il Real Teatro di San Carlo fu inaugurato nel 1737 e, solo più di dieci anni dopo, fu permesso un veglione mascherato all’interno delle sue sale, sostituendo così le feste private nelle case dei nobili che potevano degenerare senza la possibilità di un controllo superiore. Anche il Carnevale dei nobili è caratterizzato da carri, da giochi, giostre, uscite dal Serraglio; di queste ultime, la più famosa fu quella organizzata nel 1778, chiamata Viaggio del Gran Signore alla Mecca e rappresentata da Raffaello Morghen in un’incisione in rame. Il corteo, che riempiva tutta Via Toledo, era formato da 400 persone in maschera, accompagnate da una banda musicale. Il senso del Carnevale mascherato degli aristocratici era quello di confermare i ruoli sociali stabiliti che rispecchiavano i personaggi assegnati durante il corteo.

La Chiesa ed il Carnevale
Fu fin dal Concilio di Trento che la Chiesa cercò di eliminare i tratti pagani, licenziosi, folcloristici che il popolo mescolava con gli elementi prettamente attinenti al culto. Lo stesso atteggiamento, quindi, il clero assunse nei confronti del Carnevale, che identificò con il tempo del diavolo. Ci fu, quindi, tutta una politica volta a delimitare con confini ben precisi questo periodo e gli atteggiamenti che lo caratterizzavano al di fuori della Chiesa. Anzi, la chiesa cercò di contrapporre, nel periodo dedicato al Carnevale, delle alternative sacre che evidenziassero le differenze abissali nei contenuti, ma magari una forma simile a quella delle rappresentazioni e dei giochi carnevaleschi. Un esempio di questa contrapposizione al Carnevale era costituito dai cosiddetti Carnevaletti, dei dialoghi farseschi tra penitente e confessore che si concludevano tutti con la redenzione del penitente.
Un altro elemento sacro essenziale nel periodo del Carnevale è rappresentato dalle Quarantore. Comparsa intorno al Cinquecento, la devozione delle Quarantore era essenzialmente fondata sull’adorazione del Santissimo Sacramento; il suo nome derivava dal ricordo delle quaranta ore che Cristo trascorse nel sepolcro dopo la sua morte prima di risorgere. Le Quarantore sono l’emblema del cambiamento, del passaggio ad una vita nuova e migliore. L’esposizione del Santissimo Sacramento durava proprio quaranta ore ed era caratterizzata da messe solenni, canti, rappresentazioni sacre. Ovviamente, vi partecipavano tutte le massime autorità in tutto il loro sfarzo.
Infine, vale la pena anche di ricordare le processioni religiose, che, pare strano, ricordano in tutto e per tutto le mascherate del Carnevale. Formate da uomini di tutti i ceti, le processioni vedevano questi uomini scalzi, a volte seminudi, che, per penitenza, avevano ossa o teschi in mano, portavano croci, corde al collo o corone di spine sulla testa, ad imitazione del Cristo.

Gioia Nasti
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