Le isole napoletane (2): Procida

Come le altre isole della zona flegrea, Procida ha un’origine vulcanica, nata dall’eruzione di quattro vulcani diversi tra 55.000 e 17.000 anni fa, oggi totalmente sommersi. Si trova ad una distanza di 3,4 km  dalla terraferma (separata dal Canale di Procida) ed è collegata all’isolotto di Vivara tramite un piccolo ponte. Idealmente, Procida e Vivara, insieme ad Ischia, sono la continuazione dei Campi Flegrei; infatti, Procida è formata da tufo giallo e grigio con tracce di basalti, tipici materiali vulcanici della zona.Già descritta da autori latini del calibro di Virgilio, Stazio e Giovenale, Procida viene menzionata anche nel Decameron di Boccaccio (VI novella della V giornata) come sfondo, durante i Vespri Siciliani, dell’amore tra Gian da Procida (nipote di Giovanni da Procida) e la giovane Restituta. Inoltre, viene citata da Alphonse de Lamartine in Graziella er diventa L’isola di Arturo grazie ad Elsa Morante. Infine, è stata set cinematografico di Il postino con Massimo Troisi e Philippe Noiret e di Il talento di Mr Ripley con Matt Damon, mentre il Castello d’Avalos è stato il carcere per il film drammatico Detenuto in attesa di giudizio con Alberto Sordi.

Il nome dell’isola deriva da quello di epoca romana, Prochyta. Un’ipotesi sull’origine del nome afferma che esso derivasse da “Prima Kyme”, cioè “prossima a Cuma”, come dovette apparire l’isola ai coloni greci che si spostavano verso Cuma. Un’altra teoria, invece, afferma che il nome deriva dal verbo greco “prochyo”, in latino “profundo”: l’isola sarebbe stata “profusa”, cioè buttata fuori, dal fondo del mare per effetto delle eruzioni vulcaniche. Infine, secondo un’altra ipotesi, Dionigi di Alicarnasso fece derivare il nome dalla nutrice di Enea, qui sepolta quando l’eroe troiano vi sbarcò.

Secondo il mito greco, qui avvenne lo scontro tra giganti e dei, successivo alla sconfitta di Crono. La lotta fu aspra e la terra di questa luogo, Flegrea, divenne un luogo coperto di fuoco e fiamme; perfino le fessure della terra portavano i segni di quello scontro. Molti giganti furono uccisi da Eracle; quelli superstiti furono imprigionati: Tifeo sotto il Vesuvio, Alcioneo sotto l’isola di Ischia e Mimante sotto quella di Procida. A ricordo della battaglia, quella terra fu condannata ad ardere per sempre.

Storia
Recenti ritrovamenti archeologici confermano la presenza di insediamenti umani già nel XVI secolo a.C., probabilmente colonie micenee stanziate sull’isolotto di Vivara, un tempo collegato geologicamente a Procida (collegamento interrotto probabilmente a causa di un’eruzione dell’Epomeo). Nel 770 a.C. furono i Greci dell’Eubra a sbarcare prima a Procida e poi a Ischia, dove fondarono Pythaecusa, nell’attuale area di Lacco Ameno, che si prestava molto bene per l’insediamento tipico greco: un porto riparato ed una posizione elevata. Lo spostamento degli Eubei sulla terraferma, con al fondazione prima di Cuma e poi di Pozzuoli, Capua e Napoli, decretò il declino delle isole. Un altro periodo fiorente fu quello della dominazione romana; l’intera zona dei Campi Flegrei fu infatti la sede di lussuose ville romane, tanto sulla terraferma (Baia, Bacoli e Miseno) quanto sulle isole; con il declino dell’impero romano e lo spostamento dei commerci marittimi più a nord, però, molte zone furono abbandonate.

Con la caduta dell’impero d’occidente, Procida fu ben presto devastata dai Goti e dai Vandali. Fu poi la volta dei saraceni: le coste si riempirono di torri di guardia e Procida divenne più simile al tipico borgo fortificato medievale. Con la conquista normanna, Procida divenne dominio feudale di proprietà della famiglia salernitana dei Da Procida, che presero il loro nome proprio dall’isola e che la possedettero per circa due secoli, di cui il maggiore e più famoso esponente fu Giovanni da Procida, consigliere di Federico II e istigatore dei Vespri Siciliani. La famiglia vendette il feudo ai Cossa, di origine francese e fedeli agli Angioini, nella prima metà del XIV secolo.

Durante la dominazione di Carlo V, l’isola di confiscata e concessa alla famiglia d’Avalos. Anche in questo periodo continuarono le scorrerie dei pirati saraceni con la distruzione progressiva dell’isola e la deportazione dei suoi abitanti come schiavi. Le scorrerie durarono per circa tutto il secolo finché la battaglia di Lepanto non mise un freno alle attività della flotta ottomana nel Mediterraneo occidentale.

Con l’arrivo dei Borboni si ebbe un netto miglioramento delle condizioni di vita nell’isola, grazie anche all’estinzione della feudalità da parte di Carlo III, che inserì Procida tra i beni della corona, trasformandola in una riserva di caccia personale. Iniziò quindi il periodo di massimo splendore, caratterizzato anche da un’attività cantieristica molto produttiva, che fornì bastimenti e brigantini per le traversate oceaniche e tutte le navi di grande cabotaggio d’Italia.

Durante il periodo della Repubblica Partenopea, Procida è al centro della scena, ma quando i Borboni ritornano sul trono, dodici tra i più influenti procidani vengono giustiziati in piazza. Dopo il decennio francese, che vide l’isola al centro delle lotte franco-inglesi e delle conseguenti devastazioni, la caduta dei Borboni e al successiva Unità d’Italia furono accolte come una liberazione dalla popolazione.

Il XX secolo vede diversi cambiamenti: la cantieristica comincia a subire una crisi sempre più dura e Procida perde il territorio della terraferma, che diventa comune autonomo con il nome di Monte di Procida. Dagli anni Trenta però la popolazione comincia a crescere e l’isola viene raggiunta, negli anno Cinquanta, dal primo acquedotto sottomarino d’Europa. Accanto alla marineria, che ancora oggi rappresenta il settore impiegatizio di maggiore espansione, Procida scopre una incredibile vocazione turistica.

Vivara
Collegata a Procida tramite un ponticello pedonale, l’isola di Vivara si trova ad ovest dell’isola, a soli 100 metri dal promontorio di S. Margherita Vecchia. Il suo nome potrebbe derivare dal latino “viva rum”, cioè vivaio, e questo denoterebbe il suo ruolo da sempre destinato a parco naturale. L’isola è molto piccola , con una superficie di 300 metri quadrati e un perimetro di appena 3 km e presenta pareti costiere estremamente scoscese. L’isola costituisce il margine occidentale di un cratere vulcanico originatosi 55.000 anni fa e oggi completamente sommerso. Lo specchio d’acqua corrispondente al cratere e compreso tra Vivara e Procida è detto Golfo di Genito.

Al centro della piana, si alza la costruzione del casino di caccia voluto nel XVII secolo da Don Giovanni de Guevara, a cui furono poi aggiunti gli edifici colonici della Vaccheria e dei Cantinoni. Agli inizi del XIX secolo la proprietà dell’isola passò al Comune di Procida e poi alla famiglia Scotto La Chianca. Nel 1972, per impedire la realizzazione di bungalows, grazie all’opera del prof. Lello Capaldo del WWF, l’isola è passata sotto la tutela dell’Assessorato all’Agricoltura e alle Foreste della Regione Campania per trasformarsi definitivamente in oasi protetta nel 1974.

I primi scavi sull’isola furono effettuati dall’archeologo di origine tedesca Giorgio Buchner, che portò alla luce, negli anni Trenta, frammenti di ceramiche importate dall’Egeo, che confermarono insediamenti risalenti all’età del bronzo, tra il XVII e il XVI secolo a.C. Inoltre, diverse campagne sottomarine hanno permesso di scoprire resti di insediamenti fino a nove metri di profondità, un abbassamento dovuto al bradisismo simile a quello che colpì anche Baia. Gli scavi hanno anche permesso di comprendere in pieno le dinamiche marinare del Mediterraneo occidentale in periodo premiceneo: Vivara doveva essere un importante scalo di collegamento e di commercio per le attività marittime che si svilupparono tra l’alto Tirreno ed il Mediterraneo orientale.

Le processioni della Settimana Santa
Grande attrattiva turistica rappresentano le processioni religiose del Giovedì Santo (Processione degli Apostoli) e del Venerdì Santo (Processione dei Misteri). La Processione degli Apostoli è organizzata dall’Arciconfraternita dei Bianchi, fondata nel XVI secolo dal cardinale Innico d’Avalos d’Aragona. Dopo la lavanda dei piedi, i Dodici Apostoli, vestiti da confratelli, si incappucciano, prendono una croce sulla spalla e una corona di spine in testa e sfilano per le strade preceduti dal centurione e seguiti da cerimonieri ed altri confratelli.

La Processione dei Misteri invece ha luogo la mattina del Venerdì Santo; le origini risalgono alla fine del XVI secolo ad opera della Confraternita dei Turchini. I misteri sono carri allegorici costruiti artigianalmente e costituiti da tavole di legno larghe fino a otto metri e lunghe due metri su cui sono allestite rappresentazioni del Vecchi e del nuovo Testamento, soprattutto riguardanti la Passione di Cristo. I materiali utilizzati sono solitamente polistirolo, legno, plastica, cartapesta e stoffa.

Gioia Nasti
© Tutti i diritti riservati

Precedente Le isole napoletane (1): Nisida Successivo Il presepe napoletano