La Madonna di Montevergine

Il Santuario di Montevergine si trova in provincia di Avellino su una montagna a picco dove una volta si trovava un tempio dedicato a Cibale. Narra la leggenda che Virgilio (dai napoletani ritenuto un grande mago), avendo saputo, grazie a degli oracoli, della nascita di Gesù, si fosse diretto al tempio di Cibale per evocarla con la magia e lì avesse poi piantato dei tigli, tanto numerosi da rendere la montagna lussureggiante. Le testimonianze dei trascorsi pagani del luogo dove si erge il santuario sono ben visibili nel sarcofago di Minio Procolo ed in un piccolo museo oggi smembrato dove si potevano ammirare il gruppo di Castore e Polluce, il simulacro di Mitra, la colonna longobarda che rammenta la pace tra Radelchi, principe di Salerno, e Sicomulfo, principe di Capua.

Nel III secolo, per sfuggire alle persecuzioni di Diocleziano, i cristiani del Nolano e dell’Irpinia vennero a rifugiarsi qui e il luogo cominciò ad acquistare una connotazione cristiana, finché, nel 685, S. Vitaliano, vescovo di Capua, in penitenza in quel luogo, vedendo i resti del tempio di Cibale, decise di edificarvi, al loro posto, una chiesa dedicata alla Vergine e cominciò col cambiare nome al luogo, chiamandolo Montevergine. Nel 1119, un giovane di Vercelli di nome Guglielmo, di ritorno da S. Giacomo di Compostela, durante l’adorazione, sentì che la Vergine gli chiedeva di ingrandire la chiesa. Giacomo allora decise di restare lì e di intraprendere l’edificazione della nuova chiesa, che venne ultimata a Pentecoste dell’anno 1124 ma consacrata in seguito, l’11 novembre 1182. Guglielmo morì nel 1142 e venne in seguito beatificato.

Il Santuario di Montevergine fu protetto da molti re, tra cui Ruggiero il Normanno, Federico II, Manfredi e Carlo d’Angiò. Quest’ultimo volle che sull’architrave della chiesa trovassero posto i 3 gigli d’oro el suo stemma e fece costruire un convento annesso. All’interno del convento è tutt’oggi visibile una sorta di nicchia nella roccia, chiamata la Sedia della Madonna; la tradizione, infatti, racconta che la Vergine usasse sedersi lì nelle sue visite a S. Guglielmo. Anche i Borbone erano soliti visitare il Santuario di Montevergine e Ferdinando II fece costruire una strada più agevole per arrivare in cima. L’ultima parte di questa strada è un viale ombreggiato che serve anche da Via Crucis e lungo il quale vi sono delle piccole edicole in travertino, rappresentanti le stazioni, eseguite nell’Ottocento. Sullo spiazzo davanti al santuario si erge la facciata della Foresteria, voluta dalla Contessa di Avellino Maria de Cardona ed il monastero. La chiesa ha una navata centrale e 4 navate laterali. All’esterno, la torre ospita un osservatorio astronomico.

L’immagine miracolosa della Vergine è coperta da un manto e porta un diadema sulla testa. La tradizione narra che l’immagine, sul legno di cedro del Libano fosse stata dipinta dall’evangelista S. Luca e venerata da secoli ad Antiochia. Fu poi donata, nel 438, dalla moglie dell’imperatore Teodosio II, Eudossia, ad Augusta Pulcheria, figlia dell’imperatore d’Oriente. Nel 1265 fu asportata la testa da Baldovino II che, alla morte, la lasciò alla figlia Caterina di Valois. Caterina la fece restaurare e la regalò al Santuario di Montevergine, chiedendo di esservi sepolta insieme ai figli Maria e Ludovico.

Nei tempi passati, si andava a Montevergine in pellegrinaggio a piedi o in carrozza; spesso i pellegrini si dirigevano verso il santuario su carri tirati da buoi o muli tutti agghindati con fiori, nastri e campanelli. Chi non possedeva un carro o una carrozza si affidava ad un certo Franciscone a Porta Nolana che poteva trasportare fino a 36 ragazze sul suo sciaraballo ma a due condizioni: che fossero sole e che fossero tutte le Borgo S. Antonio Abate. A Montevergine si andava per chiedere perdono dei propri peccati, per venerare la Vergine, ma anche per mettersi in mostra. La prima tappa era a Cimitile per riposarsi un po’; poi si proseguiva per Mercogliano e vi si arrivava la sera, passandovi la notte. Ci si rimetteva quindi in viaggio prima dell’alba, muniti di torce che servivano ad illuminare la salita lunga e ripida che porta al Santuario. Giunti in cima, i pellegrini facevano sosta alla cappella di S. Guglielmo, dove lanciavano delle monete e bevevano al pozzo di S. Modestino. Dopo di ciò, entravano in chiesa scalzi e chiedevano ad alta voce le grazie, deponendo ex voto ai piedi della Madonna.

Per il popolino di Napoli, il pellegrinaggio a Montevergine era un rito da compiere almeno una volta all’anno. Ma finita la venerazione ed il pellegrinaggio, arrivava il divertimento. I giovani si adornavano di pampini, foglie di frassino, ciliegie e, sotto gli alberi, cominciavano a mangiare. I pasti erano abbondanti e lunghi; i giovani di ogni estrazione sociale si sfrenavano in canti e balli, guardavano le ragazze e, trovata quella che piaceva loro di più, le offrivano un garofano schiavone e facevano cominciare una danza particolare detta la trezzata. Si trattava dei una danza effettuata da 18 danzatori in file di 9 ed il nome derivava dal fatto che venivano intrecciati spade o mazze di legno formando un cerchio in cui ballava uno dei danzatori. Quando tutti erano stanchi, era giunto finalmente il momento di tornare a casa.

Gioia Nasti
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