La città del sangue (1): S. Gennaro

Napoli è detta la “città dei sangui”; questo perché il sangue di San Gennaro non è certo l’unico “campione” che si ossa trovare in città, né l’unico che si scioglie. Ma cominciamo ad analizzare questi “sangui” partendo proprio da San Gennaro.

San Gennaro

Nel 61 d.C. Paolo sbarcò a Pozzuoli e da lì il Cristianesimo si estese a Napoli e Roma, nonostante le feroci persecuzioni romane, che si diffusero a partire dal 64 d.C. con Nerone. Solo nel 380, con l’editto di Tessalonica, questa situazione avrà fine quando il Cristianesimo sarà considerato religione di stato. Sotto Diocleziano avranno luogo le persecuzioni più feroci ed è proprio sotto questo imperatore che fu martirizzato S. Gennaro.

Le fonti più attendibili che parlano di Gennaro sono gli Atti Bolognesi del IV secolo e gli Atti Vaticani del VI secolo. Gennaro nacque nel 272 d.C. probabilmente a Benevento, essendone diventato Vescovo. Sotto Diocleziano, Gennaro volle andare a visitare il suo amico Sossio (allora diacono della chiesa di Miseno), in carcere per la sua fede cristiana. Riconosciuto anche lui come cristiano, fu condannato ad essere sbranato dalle belve, pena poi cambiata da Draconzio in decapitazione per paura di eventuali disordini popolari. Insieme a Gennaro furono arrestati anche il diacono Festo ed il lettore Desiderio e, in seguito, due laici, Eutiche ed Acuzio, ed il diacono Procolo. I prigionieri furono quindi portati sulla Solfatara e lì fu eseguita la sentenza. Nella notte, come d’abitudine nelle esecuzioni dei martiri, i fedeli recuperarono il corpo per la sepoltura nell’Agro Marciano e Eusebia (una pia donna) raccolse il sangue versato da Gennaro in due ampolle. I resti di Gennaro furono quindi spostati nelle catacombe di Capodimonte (che poi presero il nome del Santo) nel V secolo. Nel presunto luogo del martirio fu poi costruita una chiesa nel 1580, nella quale tuttora si conserva la pietra su cui si dice sia stato decapitato Gennaro e su cui pare siano ancora visibili le macchie di sangue, che diventano rosso rubino nell’istante preciso in cui il miracolo della liquefazione del sangue avviene a Napoli.

Nell’831 Sicone, principe longobardo di Benevento, assediò Napoli e riuscì a trafugare il corpo di S. Gennaro e lo portò a Benevento, nella chiesa di S. Maria di Gerusalemme, dove rimase fino al 1154, quando, per le frequenti scorrerie nella zona, Guglielmo il Malo decise di spostarlo nell’Abbazia di Montevergine, un luogo isolato e dunque più sicuro. Qui però tutta la devozione era rivolta verso un’icona bizantina di una Madonna bruna confidenzialmente chiamata “Mamma Schiavona” e quindi Gennaro fui dimenticato.

Nel 1367 le reliquie furono ritrovate sotto l’altare e furono riportate a Napoli grazie all’intervento del cardinale Oliviero Carafa che, per ospitarle, fece costruire, sotto l’altare del Duomo, la Cappella del Succorpo. Il cranio si riunì alle altre reliquie un centinaio di anni più tardi e, durante la processione, con l’accostamento del teschio alle ampolle con il sangue, questo si liquefece per la prima volta.

Il sangue è conservato in due ampolline di vetro, contenute in un doppio reliquiario, del Trecento quello interno e del Seicento quello più esterno. A sua volta, tutto è racchiuso in un tabernacolo in oro e argento. Le due ampolline sono saldate all’interno con del mastice e la teca più interna può essere rimossa ed ha un alloggiamento per un manico progettato in modo che si possa capovolgere per dare la possibilità ai fedeli stessi di constatare l’avvenuta liquefazione (o la sua mancanza). Le ampolle sono custodite nei reliquiari che si trovano nella Cappella del Tesoro di S. Gennaro, in una cassaforte alle spalle dell’altare maggiore, chiusa con due chiavi, una in possesso della Deputazione presieduta dal Sindaco e l’altra in possesso dell’Arcivescovo. Un altro reliquiario, un busto a grandezza naturale donato dagli Angiò, contiene la testa di S. Gennaro. Il busto è vestito con una casula adornata di pietre preziose e il viso è in oro; l’interno è cavo e ospita il cranio del santo. Il terzo gruppo di reliquie, infine, riguarda le ossa del corpo ed è conservato in una terracotta di forma ovoidale conservata in una teca di vetro. Le ampolle con il sangue sono separate dal teschio perché la loro vicinanza potrebbe produrre uno scioglimento involontario fuori tempo, che sarebbe di cattivo auspicio.

L’interpretazione dello scioglimento del sangue condiziona la vita della città. Il tempo che passa tra l’estrazione delle ampolle e la liquefazione del sangue è estremamente variabile e determina il senso del miracolo: ottimo se si scioglie immediatamente e completamente, buono se si scioglie entro un’ora o quasi completamente, mediocre se ci vogliono circa due ore ed è presente il “globo” (un grumo che non si è sciolto), sfavorevole se ci vogliono più di tre ore; è infausto il risultato quando il sangue non si scioglie o anche quando viene estratto già sciolto dalla cassaforte.

Il rapporto di S. Gennaro con la città è confidenziale ma reverenziale e ne è legato da un “patto”  vero e proprio: il Santo ha il compito di proteggere la città perché il popolo l’ha scelto come protettore. Quando il miracolo tarda (segno nefasto) o non avviene proprio (segno di un prossimo evento distruttivo) le cosiddette “parenti di S. Gennaro” (donne che dicono di essere le dirette discendenti del Santo) implorano, supplicano e a volte perfino minacciano S. Gennaro affinché compia il miracolo. La liquefazione avviene tre volte l’anno: il sabato precedente la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre.

Gioia Nasti
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