La chiesa del Gesù Nuovo

La Chiesa del Gesù Nuovo si trova al posto di uno dei più bei palazzi del Rinascimento. Esso fu costruito da Novello da Sanlucano nel 1470 per Roberto di Sanseverino, Almirante del Regno e principe di Salerno. Il palazzo era magnifico già a partire dalla facciata, costruita in blocchi di piperno tagliati a diamante. Gli interni erano meravigliosamente affrescati ed il palazzo aveva una corte racchiusa in un porticato che si reggeva su file di colonne ed aperto sui giardini che stavano sulla parte di dietro. Per aumentare il prestigio del casato e la meraviglia del palazzo, l’ultimo erede dei Sanseverino, Ferrante, vi aprì davanti una piazza, dando così luce alla sua dimora e tagliando un tratto del decumano. Ferrante Sanseverino, però, si mise contro il governo spagnolo, così il palazzo, insieme agli altri beni, fu confiscato nel 1581 e venduto. Lo acquistarono i Gesuiti, grazie all’appoggio di Filippo II e furono agevolati, riuscendo così ad aggiudicarselo. Essi diedero l’incarico ad un architetto gesuita, Giuseppe Valeriani, di preparare un progetto di costruzione di una chiesa ed egli si ispirò a quella che un suo confratello, tale De Herrera, aveva già costruito in Spagna. A novembre 1584 si cominciò a scavare nella corte per are le fondamento dei 4 piloni che avrebbero dovuto reggere la cupola. La facciata in bugnato ebbe pochissimi ritocchi; il portale di marmo rimase quello del palazzo Sanseverino originario; dei cambiamenti furono invece apportati ai bassorilievi, alle mensole su cui poggia il fregio superiore e al cornicione: i Gesuiti, infatti, vi fecero aggiungere due colonne laterali, prolungando la cornice ed il frontone fu spezzato per inserire lo scudo ovale che ricorda il supporto della Principessa di Bisognano. Lateralmente sulla sommità furono messi gli stemmi dei Sanseverino e dei della Rovere e sull’architrave fu posto un fregio con 5 teste che reggono dei festoni di frutta. I portali minori sono del Cinquecento. Nel 1639, a causa di un incendio, fu necessario apportare dei restauri, affidati a Cosimo Fanzago, che vi aggiunse elementi barocchi. Nel 1688, a causa di un terremoto, crollò anche la cupola e fu rifatta da Arcangelo Guglielmelli, poi nel XIX crollò di nuovo e fu rifatta ancora da Ignazio di Nardo. Infine, nel 1717 tutto il complesso fu rinforzato da sottarchi e contropilastri ad opera di Ferdinando Fuga. Nel 1767 i Gesuiti furono cacciati dal Regno di Napoli e la chiesa fu data ai francescani, sotto i quali la dedicazione divenne alla Trinità Maggiore. Ma essi rimasero per poco tempo perché, per il secondo crollo della cupola, furono costretti a trasferirsi nella attigua chiesa di Santa Marta e la chiesa rimase chiusa per circa 30 anni. Agli inizi dell’Ottocento i gesuiti tornarono,a dovettero andar via poco dopo. Soltanto nel 1821 finalmente poterono riacquistare la proprietà della chiesa. Nel 1975 fu restaurata sotto la direzione di Paolo Martuscelli.

L’interno conserva per tutta l’estensione la pavimentazione di marmo policromo ad intarsi, caratteristica tipica del barocco napoletano. La pianta è a croce greca, con i bracci traversi più corti, a tre navate. La cupola, dopo l’ultima ricostruzione, è stata protetta da un tetto a doppio spiovente. All’interno le pareti sono rivestite di marmi policromi. L’impianto è contenuto in un rettangolo poiché vi sono tre cappelle per lato e l’abside non è curva ma rettilinea. Imponenti le due acquasantiere barocche che attraggono subito l’attenzione di chi entra. Esse sono in marmo spagnolo lavorate da un unico blocco. L’abside è lo sfondo all’altare maggiore delimitato da una balaustra in alabastro. Ai lati sono presenti le due tribune degli organi minori seguite da quelli maggiori. Le tribune minori sono opera di Fuga e sono state costruite in sbrecciato di Parigi, mentre i coretti, i portali di marmo e le colonne in alabastro furono opera di Domenico Vaccaro.

Di grande impatto è anche il trittico composto dagli apostoli Pietro e Paolo e dalla Immacolata, scolpito da Antonio Busciolano. Il trittico presenta 6 colonne di breccia di Sicilia su cui trovano posto una centina ed un timpano decorati da angeli slanciati verso il cielo che sorreggono il monogramma di Maria. Il <b>Tabernacolo</b> dell’altare maggiore è un omaggio all’Eucarestia. I bassorilievi rappresentano degli episodi dell’Antico Testamento, mentre ai lati trovano posto le figure di Aronne e Melchisedech. Anche al di sopra della mensa si trovano simboli dell’Eucarestia rappresentati da due angeli che respingono due animali, mentre al centro c’è il tabernacolo.

L’altare maggiore fu terminato il giorno dell’Immacolata del 1857 ed è formato da un basamento a tre zone con marmi, bronzi e pietre dure rare. I 6 busti di bronzo che sporgono dalle conchiglie sono i santi promotori del mistero dell’Eucarestia. Il bassorilievo che rappresenta l’Ultima Cena è opera di Pietro Masulli. Gli affreschi della volta dell’altare maggiore sono del 1639, opera di Massimo Stanzione, e rappresentano le Storie della vita della Madonna, mentre la volta della navata centrale, risalente al 1609, è di Belisario Corinzio. Sulla controfacciata ritroviamo un enorme affresco di Francesco Solimena del 1725 che raffigura la Cacciata di Eliodoro dal Tempio. Altre opere degne di nota all’interno della chiesa sono i Santi ad opera di Massimo Stanzione sul timpano della prima cappella, la Visitazione di Massimo Stanzione nella seconda cappella ed alcuni affreschi di Luca Giordano e Francesco Solimena.

Il transetto ospita due grandi cappelle; la cappella di destra è dedicata a San Francesco Saverio, iniziatore dell’opera missionaria in Giappone e in India, quella di sinistra è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei Gesuiti. Di questa cappella vale la pensa di ricordare la parete di fondo, la cui scenografia è opera di Cosimo Fanzago. Da ricordare anche le tre tele di Jusepe de Ribera a coronamento della parete, una delle quali distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. La cappella maggiore è la meno omogenea perché opera di più artisti e di diversi secoli di lavori. La parete di fondo è della prima metà del XVII secolo, quelle laterali della metà del secolo successivo. Un altro ambiente interessante è la sacrestia, riccamente decorato da stucchi  dorati ed affreschi di Aniello Falcone, nonostante i danni che subì nel 1962 da un incendio. Le pareti sono rivestite da armadi in legno disegnati verosimilmente da Cosimo Fanzago e sulla parete di fondo trova posto un altare con un paliotto in marmo policromo opera di Dionisio Lazzari.

Gioia Nasti
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