Il dialetto napoletano: dagli Aragonesi al Novecento

Gli Aragonesi

Nel 1442, gli Spagnoli entrarono a Napoli con Alfonso I d’Aragona. La cultura subì una rapida sterzata verso la sua punta più alta. Alfonso fu, infatti, un vero e proprio mecenate, ospitando alla sua corte personaggi eccelsi, quali Antonio Beccadelli (il Panormita), Giovanni Pontano, Lorenzo Valla, Michele Marullo Tracaniota, Enea Silvio piccolo mini ed altri. Alfonso, da poco arrivato, decretò, nello stesso 1442, che la lingua ufficiale del regno doveva essere il dialetto napoletano e che, quindi, anche i documenti ufficiali (leggi, discorsi ed altro)dovevano essere scritti direttamente in quella lingua. Il volgare fu utilizzato per molte liriche d’amore. Anche Antonio De Petruciis, figlio di Antonello Petrucci (segretario di Alfonso d’Aragona) e con lui giustiziato per la Congiura dei Baroni, compose diverse opere poetiche utilizzando espressioni latine e toscane mescolate al volgare. Scrisse 80 sonetti durante la sua prigionia, alcuni dei quali dedicati a sua moglie, sempre mescolando dialetto ed espressioni toscane. Lo stesso tipo di linguaggio fu utilizzato anche da Francesco Galeota, anche lui membro della Corte, e da Pietro Jacopo de Jennaro, autore di diversi strambotti, villanelle, di una Pastorale, di alcune Rime e di un’opera intitolata Le sei etate della vita umana. Inoltre, in volgare furono anche scritti i Memoriali di Diomede Carafa, dedicati ed offerti a Beatrice d’Aragona, figlia di Ferrante, in partenza per l’Ungheria per sposare il re Mattia Corvino. Si tratta di un compendio di buoni consigli da applicare nella vita quotidiana nella nuova condizione di regina.

Una vera e propria autonomia del dialetto viene raggiunta solo con i Ricordi di Loise de Rosa. È importante, in quest’opera, notare la lingua utilizzata, documento del napoletano parlato nel ‘400 e primo vero testo dialettale giunto fino a noi. L’intento è quello di raccontare al popolo, nella lingua che essi ben conoscono, anche se con la presenza di qualche toscanismo e latinismo, gli eventi di cui è stato testimone per quasi un secolo. Altre opere in volgare sono la volgarizzazione dell’opera di Alberto Magno, Libellus de arte bene moriendi, ad opera di Giuniano Maio con il titolo di Arte del ben morire e l’Esopo in volgare, opera di traduzione delle favole esopiche di Francesco Del Tuppo, dove si ritrovano espressioni tipicamente dialettali frammiste a locuzioni e termini letterari. Con il Novellino, un’opera costituita da 50 novelle suddivise in 5 parti, di Masuccio Salernitano (al secolo Tommaso Guardati), si giunge ad una coscienza totale ed autonoma del dialetto napoletano e alla formazione di una koiné linguistica. Nel 1501, gli Aragonesi vengono sostituiti dagli Spagnoli, che instaurano a Napoli un vicereame. La cultura dialettale comincia il suo declino, accelerato anche, da una parte, dalla chiusura dei circoli letterari voluta da Don Pedro de Toledo, e, dall’altra, dalla diffusione dei principi legati alla Controriforma. La letteratura, quindi, si limita a presentare una cultura itinerante ad opera di menestrelli che raccontavano storie tradotte in napoletano.

Sannazzaro si colloca, con le sue opere, proprio in questo periodo, con le Egloghe Piscatorie, le Farze e i Gliommeri. Anche le villanelle hanno, in questo periodo, una grande diffusione, presentando temi sempre più vari, esposti in dialetto. Giambattista della Porta si distinse, invece, per le opere di teatro, utilizzando la parlata napoletana. Nel XVII secolo, uno dei più importanti autori in dialetto fu Giulio Cesare Cortese. Nel 1602 scrisse la Vaiasseide,  un poema delle vaiasse, cioè delle serve, per criticare la vita di corte. La lingua utilizzata da Cortese è palesemente dialettale, ricca di freschezza e di colori. Il dialetto utilizzato da Cortese ritorna in tutta la sua opulenza anche nel Viaggio di Parnaso. Egli sceglie di scrivere in dialetto per meglio esprimere i sentimenti e le emozioni, consacrando l’entrata del dialetto a pieno diritto nella letteratura. Altre opere di cortese furono il Micco passero nnammurato, un poema in cui esprime il mondo popolare, Li travagliuse ammure de Ciullo e Perna, unica opera in prosa, e Lo Cerriglio incantato, poemetto eroicomico suddiviso in 5 canti e pubblicato postumo. Un altro autore di una certa importanza fu Filippo Sgruttendio, autore della Tiorba a Taccone, nella quale idealizzò la sua donna, che presentò sotto il nome di Cecca, che poi si scoprì non essere una donna reale. Autore di grande pregio fu anche Giovan Battista Basile, che scrisse, ad imitazione del Decameron boccaccesco, il Pentamerone o Lu cunto de li cunti, un’opera costituita da 50 racconti suddivisi in 5 giornate. Ognuno di questi racconti viene individuato con il nome del giorno ed è preceduto da una premessa che ne racconta l’argomento.

Nella metà del Seicento, il vicereame fu sconvolto da due eventi terribili: la rivolta di Masaniello nel 1647 e la peste del 1656. Questo però non impedì ai letterati di continuare la loro opera. Tra questi, va ricordato Andrea Perrucci, autore dell’Agnano zeffonato, del 1678. Si tratta di un’opera che si riallaccia alla tradizione napoletana secondo la quale dov’era il lago di Agnano si trovava una città ingoiata da un’eruzione vulcanica. Un’altra sua opera famosa è il Verbo Umano, meglio nota come la Cantata dei Pastori, ancora oggi portata in scena a Napoli e dintorni durante le feste di Natale. L’opera rappresenta la continua lotta tra l’Arcangelo Gabriele ed il diavolo Belfagor, che vuole impedire la nascita di Gesù. Personaggio rilevante è quello di Razullo, un napoletano al seguito di un funzionario addetto al censimento in Galilea per guadagnare qualcosa di soldi. Razullo incarna il tipico napoletano ed anticipa il personaggio di Pulcinella. In questo periodo, fioriscono anche i volgarizzamenti, cioè la trasposizione di opere famose in dialetto napoletano. Tra questi troviamo Eneide di Virgilio Marone trasportata in ottava rima napoletana del 1699 ad opera di Nicola Stigliola (sotto lo pseudonimo di Giancola Sitillo), Odissea di Omero, tradotta da Francesco Balzano e Lo Tasso napoletano del 1689 di Gabriele Fasano, la traduzione del Pastor Fido ad opera di Domenico Basile, della Gerusalemme Liberata d opera di Redi, l’Aminta ad opera di Francesco Oliva e l’Iliade ad opera di Nicola Capasso.

Dal Settecento al Novecento

Nel Settecento la poesia dialettale ha una nuova esplosione di vitalità, grazie ad opere come la traduzione delle Favole di Fedro ad opera di Carlo Mormile, la Batracomiomachia di Nunziante Pagano, la Pastorale di S. Alfonso Maria de’ Liguori e le Nferte di Giulio Genoino, di argomento religioso. Ma l’ambito letterario in cui il napoletano si espresse al meglio fu il teatro. Già in precedenza, le opere teatrali avevano messo in evidenza le pessime condizioni di vita del popolo. L’ambientazione era la vita di tutti i giorni. Molti sono i drammaturghi di questo periodo: Pietro Trinchera, con le opere La monaca fauza, La tavernola abentorosa, Li nnammurate scurchigliate e Notà Pettolone; Nicola Corvo con le opere Patrò Calienno della Costa, Lo mbruoglio de li nonne, Patrò Tonno d’isca, La mogliera fedele, Li mbruoglie de la notte; Gennaro d’Avino con L’Annella tavernara a Porta Capuana; Gennaro Caccavo con La Titta, e molti altri ancora. In questo periodo va ricordato anche l’abate Ferdinando Galiani, abruzzese di nascita, ma talmente inserito nell’ambiente letterario napoletano da scrivere un trattato intitolato Del dialetto napoletano, che scatenò diverse polemiche sulla correttezza delle sue affermazioni riguardo alla letteratura dialettale napoletana. Nel Settecento il dialetto viene utilizzato in vari ambiti della letteratura: commedia, poesia, perfino la musica; ci sono inoltre molte traduzioni di classici latini ed italiani. Ma è l’Ottocento il secolo d’oro del dialetto napoletano, con la creazione del personaggio di Pulcinella e con l’esplosione della musica napoletana in tutto il mondo. In questo periodo si diffonde anche il vocabolario, che diventa un valido supporto alla diffusione del dialetto. Attraverso la canzone napoletana, il dialetto ha una diffusione capillare, anche perché scrivono i testi poeti quali Libero Bovio, Raffaele Viviani, Salvatore Di Giacomo, E. A. Mario. Ma questa è un’altra storia, che appartiene alla storia della musica napoletana.

Gioia Nasti
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