Il complesso monumentale di Santa Chiara

Il complesso monumentale di Santa Chiara è una delle più imponenti costruzioni commissionate dagli Angioni. La chiesa fu dedicata all’inizio al Corpus Christi, ma rimase per poco, poiché già dopo qualche anno dalla costruzione essa fu chiamata la Chiesa di S. Chiara. Il complesso, voluto da Roberto d’Angiò e sua moglie Sancha di Maiorca, fu inteso per i monaci francescani, ai quali i due erano molto devoti, l’opera iniziata nel 1310 e nel 1311 i sovrani ottennero anche l’autorizzazione di costruire un complesso a parte per ospitare le Clarisse. I monaci e le monache arrivarono solo nel 1321 e fu proprio per la presenza delle Clarisse che la dedicazione divenne definitivamente a Santa Chiara. La chiesa, costruita da Gagliardo Primario, è di tufo giallo, con un pronao in piperno grigio con 3 archi ogivali su pilastri. Il portale presenta sulla sommità lo stemma della regina Sancha. La facciata è a larga cuspide e presenta un magnifico rosone di forma esagonale. È presente anche un finestrone a triangolo curvilineo. Il pronao è ricoperto a una terrazza centrale ed una laterale di altezza diversa secondo le torri degli angoli. Le volte sono a crociera e a costoloni e nella chiave di volta mediana si nota un agnello, simbolo dell’Eucarestia e memoria della prima dedicazione della Chiesa al Corpus Christi. La chiesa gotica si perse completamente sotto le decorazioni barocche quando, nel 1742, su progetto di Ferdinando Sanfelice e direzione di Domenico Vaccaro, cominciò il rifacimento totale del complesso. Le trifore e le bifore furono trasformate in finestroni rettangolari, gli archi che facevano accedere alle cappelle decorati con intarsi di fattura mediocre, l’altare maggiore fu completamente trasformato, il finestrone dietro il sepolcro di re Roberto coperto da una tela di De Mura che raffigurava Santa Chiara e l’Eucarestia, andata poi distrutta nell’incendio del 1943. La pavimentazione fu rifatta nel 1761 con rivestimenti in marmi policromi su disegno di Fuga ed anche questo rifacimento andò distrutto nel bombardamento, e successivo incendio, del 1943. In quell’occasione, in verità, restarono quasi solo le mura perimetrali, in quanto anche il tetto crollò quasi del tutto.

L’anno dopo, nel 1944, si pensò di iniziare un programma di ricostruzione per riportare la chiesa all’antico splendore trecentesco. La facciata rimase praticamente intatta, tranne per quel che riguarda il rosone ed il portale angioino; alcune strutture angioine erano ancora presenti sotto le decorazioni barocche, quindi eliminando queste sono ritornate alla luce e sono state effettuate delle aggiunte, come l’ingresso al monastero e l’utilizzo dei vani sotto la campata del coro delle Clarisse. L’interno ha forma rettangolare ed un’unica navata, lunga m. 83 e larga m. 30 con un’altezza di m. 46. Per ogni cappella, bifore alte circa 15 metri ognuna. Il presbiterio domina la navata con un grande arco a sesto acuto ed una grande bifora, alla quale è poggiato il sepolcro di Roberto d’Angiò, che manca però di timpano e parte dei pilastri. È ancora integro invece il sarcofago con pilastri e 6 statue che rappresentato le Virtù. Di grande importanza anche le figure della famiglia d’Angiò: Maria di Durazzo, Ludovico, Giovanna I, Sancha, il re Roberto, violante d’Aragona, sua prima moglie, Carlo di Calabria, Maria di Valois, ed i figli di Carlo Martino e Ludovico. Due angeli sollevano le cortine per mostrare il sarcofago decorate con le allegorie di Dialettica, Retorica, Grammatica, Aritmetica, Geografia, Musica, Astronomia.

L’altare maggiore, in marmo, è ancora incompleto. L’opera risale ad epoca antecedente rispetto alle ornature di Dario e Giovani Bestini, a cui si deve il sepolcro di re Roberto. La base è vuota e presenta la cosiddetta finestra confessionis con una grata di ferro. a destra del presbiterio, accanto alla porta della sagrestia, il sepolcro di Maria di Valois, ad opera di Tino da Camaino. L’arca è retta da due Virtù ed al centro si trova la figura di Maria, mentre ai lati ci sono i due figli morti piccoli, Maria e Carlo Martello. Lateralmente è raffigurato San Francesco in atto di ricevere le stimmate ed ancora S. Antonio, S. Chiara e S. Elisabetta. Di pregio anche il sepolcro di Carlo di Calabria, sempre opera di Tino da Camaino, iniziato nel 1328 e terminato nel 1333. L’opera si presenta con un arco poggiato su capitelli; le Virtù che reggono il sepolcro sono la Giustizia, la Fortezza, la Temperanza, la Prudenza, la Speranza, la Fede, la Carità, la Maestria. Al centro la figura di Carlo di Calabria, vicario del regno, con lo scettro nella mano destra e la spada nella sinistra. L’opera ha riportato parecchi danni durante il bombardamento del ’43, con la distruzione del baldacchino e del sepolcro, interamente ricostruiti. A sinistra del presbiterio c’è il sepolcro di Maria di Durazzo, di autore ignoto. Il baldacchino si regge su colonne tortili e la lastra frontale presenta una scena della Vergine con il Bambino; due angioletti reggono le cortine del nicchione; a destra vi sono le figure di S. Caterina e S. Paolo e a sinistra quelle di S. Chiara e di S. Pietro e di S. Giorgio con il drago. Altri due monumenti funebri, che si trovano al lato dell’ingresso principale, sono il sepolcro di Clemenza e Agnese di Durazzo, di autore ignoto. Altro sepolcro interessante è quello di Antonio Penna, di Antonio Baboccio da Piperno. Delle varie cappelle, degna di nota è la X, nella quale sono sepolti alcuni membri dei Borboni. A destra c’è il sepolcro di Maria Cristina di Savoia, madre dell’ultimo re di Napoli Francesco II; più in alto, i loculi di 5 figlie di Carlo di Borbone, re di Napoli, e a sinistra il sepolcro di Filippo di Borbone, opera di Sammartino. Viene chiamato Oratorio interno il coro oltre il muro terminale del presbiterio. È un’imponente opera gotica a tre navate con grandi archi . la navata centrale ha un tetto a capriate, mentre quelle laterali hanno un tetto a crociera a costoloni. I finestroni asimmetrici, le monofore, le bifore, le trifore e la quadrifora della navata centrale donano all’Oratorio una luce eccezionale. Qui hanno trovato posto definitivo alcuni frammenti e statue di dimensioni ridotte ed una Crocifissione su lastra marmorea.

 

Di forma quadrangolare, il campanile fu costruito nel 1328 leggermente scostato dalla chiesa e poi ingrandito una decina di anni dopo grazie ad un incentivo della regina Sancha. Del campanile originario resta solo il dado inferiore, che reca delle iscrizioni gotico-francesi. La costruzione della torre campanaria si interruppe alla morte del re Roberto; nel 1456, poi, un terremoto la distrusse. Nel secolo successivo si pensò di ricostruirla partendo dal basamento originario di piperno e travertino. I piani furono costruiti in mattoni e marmo dorico e ionico. All’ultimo piano, dove si trova la cella campanaria, si giunge grazie ad una scala a chiocciola. Durante la rivolta di Masaniello, il campanile di Santa Chiara fu utilizzato come postazione di artiglieria e servì allo stesso scopo anche nel XVIII secolo per la Congiura di Macchia. Il bombardamento del 1943 danneggiò completamente anche la torre campanaria, ma nel 1949 è stato rinforzato in cemento armato il castello di supporto alle campane, che finalmente hanno fatto sentire di nuovo la loro voce.
Un portale immette nel famoso chiostro delle Clarisse, voluto dalla Badessa Ippolita di Carmignano. Ha forma rettangolare, con il porticato coperto con volte a crociera. Il giardino è attraverso da 4 ampi viali che si trovano su un piano sollevato rispetto a quello dei viali ed ombreggiato da un pergolato con archi che poggiano su pilastri ottagonali in muratura rivestiti con maioliche del ‘700. Il disegno è espressamente floreale e presenta scene pastorali o paesaggi; le decorazioni delle maioliche furono effettuate nel 1740 da Giuseppe e Donato Massa su disegni di Domenico Vaccaro, che decorò il giardino con anfore e la fontana con delfini. Di grande pregio anche le scene dipinte sui parapetti trai due pilastri suddivise  in episodi di vita comune fuori dalle mura del monastero, con le allegorie dei quattro elementi principali, terra, fuoco, acqua e aria. Il Trionfo della Terra è rappresentata da due donne poste su un carro trainato da quattro cavalli; esse si scambiano fiori e sono sovrastate da Terra, rappresentata con una corona di foglie ed una coppa dell’abbondanza tra le mani. Ai piedi di Terra ritroviamo la Guerra, figura armata indicante sia la difesa che la conquista delle terre. Il Trionfo del Fuoco è rappresentato da un carro trainato da 4 leoni. Davanti al carro è seduto un ragazzo che versa acqua da una brocca ed è seguito dal Genio alato che regge una fiaccola accesa, una donna con uno scudo su cui si riflettono i raggi solari e Fiamma con la cornucopia infuocata. Accanto, la figura di una suora che dà da mangiare ad otto gatti, unico riferimento alla vita monastica. Il Trionfo dell’Acqua è rappresentato da Nettuno che attraversa il mare su un carro circondato da Nereidi e Tritoni mentre trasportano coralli e vassoi pieridi frutti di mare. Infine, il Trionfo dell’Aria è rappresentato da una coppia di pavoni che portano in volo un carro su cui si trovano un putto con i fulmini ed Aria vestita da regina.

Gioia Nasti
© Tutti i diritti riservati

Precedente Il dialetto napoletano: dagli Aragonesi al Novecento Successivo La venerazione per la Madonna dell'Arco