Il Carnevale (2): teatro, gare e divertimenti

Riti e scene
Il teatro di Carnevale metteva in scena, come una sorta di catarsi pubblica, le difficoltà della vita matrimoniale, condite con un po’ di oscenità ed esorcizzate con il classico lieto fine.

La Zeza
La più nota scenetta di carnevale è la Zeza, cantata con un sottofondo di trombone e nata molto probabilmente nel ‘600, cioè quando Pulcinella veniva disegnato insieme ad una donna di nome Lucrezia, di cui Zeza è il diminutivo. La Zeza si diffuse ben presto anche ai territori adiacenti alla città di Napoli e poi in tutto il Regno. A metà dell’800 ancora veniva rappresentata nelle strade, nei palazzi, nelle osterie, grazie ad attori improvvisati annunciati con tamburi e fischietti. Il testo della Zeza è giunto ai giorni nostri tramite diverse trascrizioni ottocentesche, nelle quali, però, si nota l’intervento di autori colti, a causa di una metrica ben precisa. Probabilmente, l’origine della Zeza va ricercata negli annunci di fidanzamento e nei riti nuziali che avevano luogo durante il Carnevale e ripropongono l’antico conflitto generazionale tra giovani e vecchi, tanto caro anche al teatro colto. La Zeza narra la vicenda delle nozze di Don Nicola, uno studente calabrese, con Tolla, contrastate dal padre di lei, Pulcinella, ma sostenute dalla madre di lei, Zeza; Pulcinella sorprende i due giovani e reagisce con violenza, ma, punito da Don Nicola, alla fine, si rassegna.

Il ballo dei turchi
Era uno spettacolo all’aperto, svolto soprattutto dalla parte più bassa del popolo ed accompagnata da
un’orchestrina formata da tamburo, grancassa, zufolo e piatti. Gli attori erano cinque o sei lazzari, di cui uno è il sultano, mentre un altro, vestito da donna, impersona la sultana. Gli attori e l’orchestrina girano per la città portando con sé una sedia; quando si fermano, lo spettacolo comincia. Esso narra la vicenda di un generale cristiano che rapisce una sultana ed ha un figlio con lei; il sultano, alla ricerca della moglie, li sorprende in atteggiamenti amorosi, uccide il figlio loro e cerca di uccidere lei, ma deve fermarsi per la sua bellezza. A questo punto, il generale intimorisce il sultano e, con un bastone, resuscita il bambino; la sultana, infine, si getta ai piedi del sultano, mentre il generale lo convince che la donna è innocente. In conclusione, arriva Pulcinella, sulle spalle della Vecchia del Carnevale, e, come un “deus ex machina”, risolve tutti i dubbi.

La socra e la nocra
Altra scena classica del Carnevale è il litigio tra la nuora e la suocera; fu messo in scena fino alla fine del XIX secolo, improvvisando su un canovaccio scritto che narrava la rissa scatenata tra Annuccia e Tolla, rispettivamente madre e moglie di Pulcinella, che, come un crescendo musicale, va di argomentazione in argomentazione, recriminando tutte le mancanze della vita matrimoniale. Pulcinella, volendo metter pace tra le due, dà ragione ora alluna, ora all’altra, attirandosi le ire delle due a turno.

Gare e divertimenti

Durante il periodo di Carnevale sembrava che la popolazione potesse dare sfogo a manifestazioni di atti repressi; la licenziosità, la violenza, gli assalti confluivano in riti particolari, battaglie, gare vere e proprie che sancivano la permissività di quel periodo.
Le battaglie
Erano diffuse in tutta Europa ed evocavano vere e proprie battaglie combattute nel passato. La più famosa resta quella organizzata nel 1687 per rievocare la presa di Budapest, preparata nell’ultima domenica di Carnevale.
L’Albero della Cuccagna
Non si sa quando siano nati precisamente, ma è certo che gli alberi della Cuccagna fossero presenti nelle feste primaverili di tutta Europa; alla fine del 1800 ancora c’erano alberi della Cuccagna durante il periodo di Carnevale, affiancati da ruote di generi alimentari.
Lanci di alimentari
Tutto era permesso a Carnevale, perfino lanciarsi addosso frutta, uova, acqua, confetti, farina. Questo gesto, travisato, aveva origine nei gesti dei contadini, che si lanciavano con forza l’un l’altro ciò che desideravano essi stessi ricevere. I lanci avevano, quindi, una funzione propiziatoria e, ancora a metà del XIX secolo, si credeva che più forti fossero i lanci, più grande fosse l’amicizia tra le due parti. Il divertimento man mano si trasforma, risiedendo sempre più in quello derivante dallo sporcare i vestiti ai passanti.

Gioia Nasti
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