I Campi Flegrei (1): i “campi ardenti”

Ad ovest di Napoli si estendono i famosi Campi Flegrei, un luogo preminentemente vulcanico, il cui nome (“campi ardenti”) spiega molto bene a cosa faccia riferimento. Si tratta di una zona piuttosto ampia, che va da Pozzuoli e Quarto fino a Cuma, da un lato, e ai Camaldoli, dall’altro, comprendendo le isole del golfo (Ischia, Procida e Vivara) e Pianura e Agnano, più verso l’interno. L’età in cui l’attività vulcanica flegrea ha inizio non è nota con precisione, ma sono state ritrovate in perforazione delle zone di lava e piroclastici risalenti a circa 60.000 anni fa. Questo territorio è caratterizzato da un unico enorme sistema vulcanico in continua evoluzione: l’ultima eruzione risale al 1538, con la “creazione” del Monte Nuovo e l’ultima crisi bradisismica (fenomeno di innalzamento ed abbassamento periodico del suolo) risale invece al 1983. La natura del territorio ha prodotto conseguenze positive sull’ambiente: acque termali di particolare qualità (Pozzuoli e Agnano), la presenza di tufo e pozzolana come materiali da costruzione, un mare molto pescoso, una terra estremamente fertile che produce vitigni noti in tutto il mondo.

Si può suddividere l’attività vulcanica dei Campi Flegrei in tre epoche geologiche:

  1. Il Primo Periodo Flegreo risale a circa 40.000 anni fa ed è caratterizzato da piperno e tufi grigi ritrovabili nella collina dei Camaldoli e nel monte di Cuma e a Monte di Procida, negli strapiombi sulla costa. In questo periodo si parla del vulcano Archiflegreo, la cui attività culminò nell’esplosione che fece sprofondare la caldera e disseminò l’ignimbrite in gran parte della Campania.
  2. Il Secondo Periodo Flegreo risale ad un’epoca tra i 35.000 e i 10.000 anni fa. A 35.000 anni fa risale la pliù grande eruzione che sparse in Campania il tufo, mentre 15.000 fa avvenne l’accumulo di pomicio e ceneri, a causa della frammentazione di 40 km di magma, che produssero il famosi tufo giallo che delimita un immenso vulcano subacqueo di 15 km di diametro e Pozzuoli al centro. Il cratere residuo è formato dalla collina di Posillipo, dalla collina dei Camaldoli, dalla dorsale settentrionale di Quarto, dai monti di Licola-S. Severino, dal monte di Cuma e da Monte di Procida.
  3. Il Terzo Periodo Flegreo risale ad un’epoca tra 8000 e 500 anni fa ed è caratterizzato dalla produzione di pozzolana. L’attività vulcanica di questo periodo comincia nella zona di Baia e Bacoli (10.000-8000 anni fa) per poi spostarsi tra Pozzuoli, Agnano e Montagna Spaccata (8000-4000 anni fa) e infine ancora più ad ovest, con la formazione dell’Averno e del Monte Nuovo (3800-500 anni fa). L’ultima eruzione è stata proprio quella del Monte Nuovo nel 1538, dopo un’eruzione minore dei Campi Flegrei.

Direttamente collegato al vulcanismo della caldera dei Campi Flegrei è il fenomeno del bradisismo. Con questo termine si intende quel fenomeno periodico di abbassamento (bradisismo positivo) o innalzamento (bradisismo negativo) del livello del suolo. Si tratta di eventi che interessano soprattutto le zone costiere e le loro conseguenze sono ben visibili per l’immersione o l’emersione di edifici e territori interessati dal processo. Nei Campi Flegrei è maggiormente evidente nel golfo di Pozzuoli ed interessa la zona che va da Capo Miseno e Baia fino a Posillipo.

Le fasi che hanno interessati il bradisismo flegreo sono state alterne:

  1. FASE DISCENDENTE: questa fase si è sviluppata dall’età repubblicana romana (II secolo a.C.) fino a quasi tutto il Medioevo (IX secolo);
  2. FASE ASCENDENTE: dal X fino a tutto il XVI secolo il livello del suolo si è innalzato progressivamente;
  3. FASE DISCENDENTE: dal XVII secolo fino al 1970;
  4. FASE ASCENDENTE: dal 1970 al 1985, intervallata da brevi periodi di innalzamento minore nel 1989, nel 1994 e nel 2000.

Strumenti utili per la misurazione del bradisismo in passato sono state le colonne di marmo cipollino del Macellum (impropriamente chiamato Tempio di Serapide o Serapeo dopo il ritrovamento di una statua del dio egizio Serapide). Fino al 1983, infatti, le colonne erano parzialmente sommerse, mentre ora sono sopra il livello del mare. Le tre colonne presentano fori di litodomi (i datteri di mare) ad un’altezza di 6,30 m., che corrisponde alla massima altezza del livello del mare durante la crisi bradisismica medievale. La situazione attuale è una fase ascendente accompagnata da terremoti di bassa energia, soprattutto nella zona della Solfatara, provocati da microfratture in rocce già alterate da gas acidi e caldi, che si trovano nel sottosuolo. Inoltre, oggi le misurazioni sono molto più accurate e le variazioni sono rilevate dai satelliti tramite punti fissi dislocati in più parti nel golfo di Pozzuoli. Grazie a questi rilevamenti si è scoperto che da gennaio 2014 il suolo è salito di circa 20 cm.

Le crisi bradisismiche del 1970 e del 1982
All’inizio del 1970 furono segnalate a Pozzuoli lesioni e dissesti in diversi edifici. La diffusione di questo problema su un’area piuttosto estesa fece subito pensare ad un fenomeno generale. A febbraio si vide, infatti, che il suolo si era innalzato rispetto alle misurazioni di qualche anno prima. La situazione peggiorò il 1° marzo quando fu registrato un piccolo sciame sismico con epicentro nelle vicinanze del porto. Il giorno dopo fu disposta l’evacuazione del Rione Terra, il borgo originario fin dalla Puteoli romana, non senza polemiche. Gli sfollati furono trasferiti nel Rione Toiano, una zona nei pressi del Monte Nuovo, che però era poco integrata nel tessuto della città. Il sollevamento del suolo continuò senza sosta fino a raggiungere, alla fine del 1972, un’altezza di circa 170 cm, ma sempre con livelli sismici limitati. Quando, nel 1975, il fenomeno era rientrato, ci si dedicò ai progetti per la sistemazione e la conservazione del Rione Terra.

Ben presto ci si dimenticò di quanto la crisi avesse colpito la città e i puteolani si ritrovarono assolutamente impreparati quando una nuova crisi, più intensa, colpì nel 1982. L’inizio può essere fatto risalire all’estate, quando fu rilevato un innalzamento del suolo. Questo episodio non suscitò grande preoccupazione neanche tra gli scienziati dell’Osservatorio Vesuviano, che tenevano sotto controllo la zona; solo dopo qualche mese si capì che era soltanto il primo segnale di una nuova crisi bradisismica.

Il suolo si sollevò fino alla fine del 1984 e a Pozzuoli porto raggiunge i 185 cm che, sommati al residuo dell’innalzamento della crisi del 1970, portarono ad un sollevamento complessivo delle banchine a 3 metri dal pelo dell’acqua. L’attività sismica non iniziò subito e divenne problematica solo nella primavera del 1983, dopo un terremoto di magnitudo 3,5 alla Solfatara, avvertito fino a Napoli. Ad agosto scattò il piano di emergenza, che prevedeva una rete d sorveglianza più fitta, una verifica della stabilità degli edifici e l’istituzione di un centro operativo permanente. A settembre un’altra scossa, del 5° grado, fu avvertita in tutta Napoli. L’ospedale civile, sul costone della Solfatara, fu evacuato in condizioni precarie, le detenute del carcere femminile furono spostate a Poggioreale, le persone furono sistemate in varie tendopoli e nel campeggio di Licola. Il giorno dopo un’altra scossa colpì anche Baia e Bacoli; circa 3000 famiglie decisero di lasciare Pozzuoli verso altre destinazioni. Verso la fine di settembre l’innalzamento del suolo raggiunse la velocità di 2,5 mm al giorno e si cominciò sempre più a temere un’eruzione nella parte centrale del golfo di Pozzuoli. Gli sgomberi furono intensificati utilizzando mezzi militari. Al contempo fu creato un nuovo megaquartiere a Monterusciello per ospitare la popolazione sgomberata.

Gioia Nasti
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